In una lunga diretta con Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca del CNR, ci siamo posti la domanda se fosse il caso di ripensare al nucleare, visto il crescente interesse nel dibattito pubblico. Ve lo diciamo subito: la sua risposta è no: “il nucleare ha aspetti positivi e aspetti negativi come tutte le tecnologie, ma non rappresenta oggi una soluzione realistica per l’Italia, perché non sembra la scelta migliore rispetto alle alternative disponibili nella transizione energetica”
Sebbene l’Italia abbia abbandonato la produzione di energia nucleare dopo i referendum che hanno sancito la chiusura delle centrali, circa il 10% dell’elettricità consumata nel Paese continua a provenire dall’atomo. La ragione è semplice: una parte dell’energia che importiamo viene prodotta dalle centrali nucleari francesi.
La Francia esporta stabilmente grandi quantità di elettricità verso i Paesi vicini, Italia compresa. In media si tratta di circa 3-4 GW destinati al nostro Paese, mentre il totale delle esportazioni francesi si aggira intorno ai 15 GW distribuiti tra diversi Stati europei.
“Questa capacità di esportazione non deriva soltanto da una maggiore efficienza del sistema francese – spiega Armaroli – Al contrario, è anche la conseguenza della necessità economica di mantenere operativa una flotta nucleare molto estesa, il cui costo di esercizio rimane elevato anche quando gli impianti non producono.”
Il sistema nucleare francese è davvero un modello?
L’immagine della Francia come esempio perfetto di produzione nucleare, secondo Armaroli, merita di essere osservata con maggiore attenzione. Ad oggi, infatti, quasi la metà dei reattori francesi risulta non pienamente operativa: molti sono completamente fermi e altri funzionano a potenza ridotta.
“In questo momento la Francia ha 20 reattori in standby, nove a funzionamento ridotto e soltanto 28 pienamente operativi su 57.”

Questa situazione, spiega, evidenzia un problema strutturale. Il Paese dispone di una capacità produttiva molto superiore ai propri fabbisogni e, per questo motivo, è costretto a esportare energia. Nel frattempo, è cresciuta anche la produzione da fonti rinnovabili, come eolico e fotovoltaico, che nelle ore centrali della giornata riduce ulteriormente la domanda di elettricità prodotta dalle centrali nucleari.
Il sistema francese soffre quindi di una sorta di “ipertrofia elettrica”: una capacità installata superiore alle necessità reali, che rende sempre più complessa la gestione della rete.
I limiti di una flotta di reattori costruita decenni fa
Un ulteriore elemento critico riguarda l’età degli impianti. I reattori francesi hanno in media oltre quarant’anni e furono progettati negli anni Settanta e Ottanta per funzionare in modo continuo, non per aumentare e diminuire frequentemente la produzione.
Oggi, invece, la crescente presenza delle energie rinnovabili costringe spesso a modulare la potenza delle centrali nucleari, un’operazione che comporta maggiori sollecitazioni tecniche.
“I reattori non possono modulare facilmente come una centrale a turbogas. Oggi lo fanno, ma sottoponendo impianti molto vecchi a uno stress notevole. Il sistema sta attraversando una fase di crescente difficoltà operativa ed economica.”
Il nodo dei costi dei nuovi impianti
Le criticità emergono anche sul fronte degli investimenti futuri. Il nuovo programma nucleare francese, pensato per sostituire progressivamente gli impianti più datati, è stato infatti fermato dalla Corte dei Conti francese, che ha chiesto una revisione approfondita delle basi economiche del progetto.
Secondo Armaroli, la questione centrale non riguarda tanto la validità della tecnologia nucleare in sé, quanto la sostenibilità economica di costruire oggi nuove centrali.
Perché il confronto Francia-Italia non regge
Uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito pubblico è che il costo dell’elettricità francese sarebbe inferiore anche grazie al nucleare. Armaroli invita però a distinguere tra il costo di gestione di impianti già esistenti e quello necessario per costruirne di nuovi.
La flotta nucleare francese è stata infatti realizzata decenni fa, in un contesto economico completamente diverso, e gli investimenti iniziali sono ormai stati ammortizzati. Per l’Italia, invece, si tratterebbe di ripartire da zero: “È come abitare nella casa ereditata dalla zia: ogni tanto serve manutenzione, ma il grande investimento è già stato fatto. Un conto è ricostruire oggi quella stessa casa da zero, chiedendo un mutuo alla banca.”
Secondo il ricercatore, avviare oggi un programma nucleare significherebbe affrontare investimenti enormi, finanziati in larga parte attraverso il credito, con tempi di realizzazione molto lunghi e costi destinati a crescere.
Come esempio cita il reattore di Flamanville, il cui costo finale è aumentato di circa sette volte rispetto alle stime iniziali anche a causa dei lunghi ritardi accumulati durante la costruzione.
La domanda da porsi oggi
Per Armaroli il dibattito non dovrebbe ridursi a una contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari al nucleare: “Non stiamo discutendo se il nucleare sia buono o cattivo. Come tutte le tecnologie ha aspetti positivi e aspetti negativi.”
La vera questione, conclude, è un’altra: ha senso che l’Italia, nel 2026, avvii da zero un programma nucleare, affrontando gli enormi investimenti economici che ciò comporterebbe? È questa, secondo Armaroli, la domanda su cui dovrebbe concentrarsi il dibattito politico.
Le mini centrali
Negli ultimi anni il dibattito sul nucleare si è spesso concentrato sui cosiddetti Small Modular Reactor (SMR), ovvero piccoli reattori modulari presentati come una possibile alternativa alle grandi centrali tradizionali.
Nicola Armaroli spiega che il concetto alla base è relativamente semplice: realizzare i reattori in fabbrica, trasportarli sul sito quasi completamente assemblati e installarne più di uno affiancandoli nel tempo, in base all’aumento del fabbisogno energetico.
“L’idea è costruirli in fabbrica, farli piccoli e affiancarli uno di fianco all’altro. Se serve più energia, si aggiunge un altro modulo.”
Secondo il ricercatore, però, è importante distinguere tra il progetto teorico e la realtà industriale.
A che punto è la tecnologia degli Small Modular Reactor?
Armaroli osserva che, dal punto di vista commerciale, queste tecnologie sono ancora agli inizi. L’unico esempio realmente in costruzione in un’economia di mercato è il progetto di Darlington, in Canada, dove è in fase di realizzazione un piccolo reattore all’interno di un sito nucleare già esistente.
Questo aspetto, sottolinea, è tutt’altro che secondario: il sito ospita già quattro reattori e dispone quindi di autorizzazioni e infrastrutture consolidate, condizioni molto diverse da quelle che si troverebbero in un Paese come l’Italia.
Inoltre, il reattore canadese non rappresenta una rivoluzione tecnologica.
“È una versione su scala ridotta di una tecnologia consolidata. Non c’è nulla di concettualmente nuovo in quel reattore.”
Anche sul fronte economico emergono le prime criticità. I costi previsti per il progetto sarebbero infatti già aumentati, passando da circa 5 a 7 miliardi, riproponendo uno dei problemi storicamente associati al nucleare.
SMR e reattori avanzati: due tecnologie da non confondere
Secondo Armaroli, nel dibattito pubblico si tende spesso a mettere nello stesso calderone tecnologie molto diverse.
Da una parte esistono gli SMR derivati da progetti già consolidati, come quello canadese. Dall’altra ci sono gli Advanced Modular Reactor (AMR), che prevedono innovazioni radicali: nuovi sistemi di raffreddamento, nuovi combustibili e nuovi design del reattore.
Questi ultimi, però, sono ancora lontani da un’applicazione industriale: “Questi reattori non ci sono. Esistono sulla carta.”
Il rischio di creare aspettative irrealistiche
Per Armaroli uno dei problemi principali riguarda proprio la comunicazione. Secondo il ricercatore, spesso vengono presentati come tecnologie ormai disponibili progetti che in realtà sono ancora in fase di sviluppo o appartengono al mondo delle startup in cerca di investimenti: “Bisogna distinguere nettamente tra startup in cerca di finanziamenti con una buona idea e aziende che hanno davvero un reattore da vendere.”
Questa confusione, aggiunge, contribuisce ad alimentare aspettative poco realistiche nell’opinione pubblica: “Molte persone pensano che questi reattori siano già pronti. Non è vero. Magari fosse così, ma purtroppo non lo è.”
Il dubbio sull’effettiva convenienza economica
Oltre agli aspetti tecnologici, Armaroli invita a riflettere anche sulla sostenibilità economica dei piccoli reattori modulari.
Per decenni l’industria nucleare ha seguito una logica opposta, costruendo impianti sempre più grandi per sfruttare le economie di scala e distribuire i costi fissi su una maggiore produzione di energia. Tuttavia, osserva il ricercatore, nel settore nucleare questa strategia non ha prodotto gli effetti sperati.
“La curva di apprendimento è stata al contrario rispetto a tutte le altre tecnologie: nel nucleare, almeno in Occidente, i costi sono aumentati invece di diminuire.”
Per questo motivo oggi si punta sui piccoli reattori modulari, nella speranza che dimensioni più contenute consentano di ridurre tempi e costi di costruzione. Ma, secondo Armaroli, si tratta ancora di un’ipotesi tutta da verificare.
L’esperienza canadese rappresenta il primo banco di prova concreto, ma i costi del progetto sono già aumentati e solo l’eventuale realizzazione di altri impianti permetterà di capire se il modello sia realmente sostenibile.
“L’idea che, essendo più piccoli, sia tutto più facile dal punto di vista economico e finanziario, al momento è una scommessa, non una certezza. Su questo bisogna stare molto attenti.”
La fusione nucleare
Quando si parla di energia nucleare, prima o poi emerge sempre il tema della fusione, spesso presentata come la soluzione definitiva ai problemi energetici. Ma a che punto è davvero questa tecnologia?
“La fusione è un’idea estremamente affascinante. Vuol dire riprodurre qui sulla Terra quello che accade sul Sole.”
Una sfida tecnologica enorme
Realizzare un reattore a fusione significa però affrontare condizioni estreme. Per innescare la reazione occorrono temperature dell’ordine di 150 milioni di gradi, un valore talmente elevato da rendere impossibile qualsiasi contatto tra il plasma e le pareti del reattore.
Armaroli ricorda che nessun materiale sarebbe in grado di resistere direttamente a queste temperature, motivo per cui tutta la ricerca ruota attorno a sistemi estremamente sofisticati di confinamento del plasma. Proprio questa complessità rende evidente quanto il traguardo sia ancora lontano.
Le startup e il rischio di alimentare aspettative eccessive
Negli ultimi anni sono nate numerose aziende che lavorano allo sviluppo della fusione nucleare. Armaroli invita però a distinguere, ancora una volta, tra progetti di ricerca e tecnologie realmente disponibili: “Oggi esistono solo startup, che per quanto molto promettenti, sono pronto a scommettere che io non vedrò mai questa tecnologia”
Anche qualora la fusione diventasse un giorno una realtà industriale, aggiunge, potrebbe comunque arrivare troppo tardi per affrontare la sfida più urgente: la decarbonizzazione del sistema energetico.
Una tecnologia destinata a rimanere nelle mani di pochi
Armaroli sottolinea anche un altro aspetto spesso trascurato: la fusione rappresenterebbe probabilmente la tecnologia energetica più complessa mai realizzata.
Questo significherebbe concentrare produzione e competenze nelle mani di pochissimi grandi operatori, mentre il sistema elettrico sta evolvendo nella direzione opposta, con milioni di cittadini e imprese che producono parte dell’energia attraverso impianti distribuiti, come il fotovoltaico: “Il reattore a fusione è la cosa più lontana che si possa immaginare dalla produzione domestica.”
La fusione appare quindi in controtendenza rispetto all’evoluzione del sistema energetico, sempre più distribuito e decentralizzato.
Una ricerca importante, ma non la risposta alla crisi energetica
Armaroli conclude ribadendo che la ricerca sulla fusione merita di essere portata avanti, perché può generare importanti conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Allo stesso tempo, però, invita a mantenere aspettative realistiche: “È bello continuare la ricerca, bisogna continuare la ricerca. Ma non sarà la fusione a tirarci fuori dalla dipendenza dai combustibili fossili.”
Da decenni la fusione viene presentata come una tecnologia che sarà disponibile fra quarant’anni. Questa prospettiva continua a spostarsi nel tempo e, anche se un giorno dovesse concretizzarsi, “non arriverà in tempo per risolvere le sfide energetiche che il mondo è chiamato ad affrontare oggi.”
Questa centrale dove la metto?
Individuare luoghi in cui costruire nuovi impianti e ottenere il consenso delle comunità locali è il più concreto dei problemi con il quale il nucleare deve fare i conti.
Il fascino del nucleare è comprensibile. Un reattore relativamente compatto è in grado di produrre enormi quantità di energia senza emissioni dirette di CO₂.
“In un reattore di pochi metri di diametro riesci ad alimentare una grande città. Vista così, viene da dire: nucleare tutta la vita.”
Ma questa straordinaria densità energetica, osserva, ha un prezzo.
Non esistono soluzioni energetiche prive di compromessi
La grande potenza del nucleare comporta inevitabilmente una complessità ingegneristica elevatissima, sia nella gestione degli impianti sia nel trattamento dei rifiuti radioattivi.
Anche lo smaltimento delle scorie rimane una questione aperta. Armaroli ricorda che perfino gli Stati Uniti, nonostante le enormi risorse economiche, tecnologiche e territoriali di cui dispongono, non hanno ancora individuato una soluzione definitiva.
“Gli Stati Uniti, la nazione più ricca e tecnologicamente avanzata del mondo, non hanno ancora deciso dove mettere i propri rifiuti nucleari.”
Il consenso locale resta il vero nodo
Secondo Armaroli, la difficoltà maggiore non riguarda soltanto gli aspetti tecnici, ma soprattutto quelli sociali e politici.
L’Italia incontra forti resistenze perfino nella realizzazione di impianti molto meno impattanti, come parchi fotovoltaici, impianti eolici o sistemi di accumulo. Pensare di ottenere facilmente il consenso per una centrale nucleare appare poco realistico: “Sono tutti favorevoli al nucleare… finché non si chiede se lo vogliono nel proprio comune.”
Anche i sondaggi che mostrano come il consenso generale diminuisca drasticamente quando la domanda riguarda il territorio in cui si vive.
Il caso del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi
Esiste un esempio che fotografa perfettamente questa difficoltà: il deposito nazionale destinato ai rifiuti radioattivi a bassa e media attività.
“L’Italia discute della sua realizzazione da oltre cinquant’anni, ma ancora oggi non è riuscita a individuare un sito condiviso. Abbiamo una cinquantina di comuni candidati, ma nessuno ha alzato la mano.”
Se il Paese fatica a localizzare un’infrastruttura necessaria per gestire rifiuti già esistenti, osserva, è difficile immaginare che riesca ad avviare rapidamente un programma per nuove centrali nucleari.
Il rischio idrogeologico
Anche ipotizzando un consenso politico e sociale, rimane il problema della conformazione del nostro Paese. L’Italia presenta caratteristiche che rendono particolarmente complessa la localizzazione di nuovi impianti: un’elevata vulnerabilità idrogeologica, un rischio sismico diffuso e un territorio fortemente urbanizzato.
“Oggettivamente non esiste un territorio più inadatto dell’Italia per fare una centrale nucleare.”
La scelta del sito non può limitarsi a individuare un’area geologicamente stabile. Una centrale dovrebbe essere collegata efficacemente alla rete elettrica e trovarsi in una posizione funzionale rispetto ai principali centri di consumo, restringendo ulteriormente le possibilità.
Più domande che risposte
Secondo Armaroli, il dibattito sul ritorno al nucleare viene spesso presentato come una proposta concreta. Tuttavia, a suo giudizio, mancano ancora gli elementi essenziali di qualsiasi piano industriale.
“Non è chiaro quale tecnologia useremo, non è chiaro dove costruiremo gli impianti, non è chiaro chi metterà i soldi e non è chiaro come gestiremo i rifiuti.”
Per questo conclude che, almeno nelle condizioni attuali, il ritorno del nucleare in Italia rimane soprattutto un tema di confronto pubblico e politico, più che un progetto realmente cantierabile.
“È un gran rumore di fondo, una discussione che alla fine, rispetto alla realtà delle cose, non porta da nessuna parte.”
Un sistema energetico profondamente cambiato
Uno dei messaggi che Armaroli ribadisce con maggiore forza riguarda il cambiamento avvenuto nel settore energetico negli ultimi anni: “Non facciamo finta di essere quindici anni fa.”
Quando, dopo l’incidente di Fukushima, si discuteva del futuro del nucleare, le alternative erano rappresentate soprattutto da gas e carbone. Oggi lo scenario è completamente diverso.
Sistemi di accumulo, batterie, gestione digitale della rete e grandi impianti rinnovabili sono diventati elementi concreti del sistema elettrico, mentre solo pochi anni fa erano ancora tecnologie marginali.
Per questo motivo, secondo Armaroli, il confronto sul nucleare dovrebbe tenere conto del contesto attuale e non basarsi sugli equilibri energetici del passato.
L’accumulo è la chiave per far crescere le energie rinnovabili
Con l’aumento della produzione da fonti rinnovabili, uno dei temi centrali è quello dell’accumulo dell’energia. Le batterie possono davvero risolvere il problema dell’intermittenza di fotovoltaico ed eolico.
Secondo Nicola Armaroli, questa trasformazione è già in corso e non riguarda soltanto le grandi batterie installate sulla rete elettrica.
Perché il nucleare fatica a integrarsi in questo modello
Proprio questa evoluzione, osserva Armaroli, rende più difficile immaginare un ruolo centrale per il nucleare.
Le centrali nucleari sono infatti progettate per funzionare in modo continuo e costante, mentre il sistema elettrico sta diventando sempre più distribuito, digitale e flessibile.
“Il nucleare è un sistema rigido che si inserisce in un sistema che diventa sempre più diffuso e flessibile.”
Negli ultimi vent’anni, ricorda, il modello della produzione elettrica è cambiato profondamente: da poche grandi centrali si sta passando a milioni di piccoli impianti distribuiti sul territorio.
Il ruolo dell’Europa
In un sistema così complesso e articolato la transizione richiederà una crescente integrazione tra i sistemi elettrici europei. Impensabile pensare che ogni Paese possa raggiungere da solo l’autosufficienza energetica.
“L’energia solare prodotta in Italia e nella penisola iberica, il vento del Nord Europa e la produzione nucleare francese dovranno essere messi a sistema attraverso una rete di interconnessioni sempre più estesa.”
Per questo motivo ritiene strategico investire nelle connessioni elettriche tra i Paesi europei, ricordando come proprio la carenza di interconnessioni sia stata indicata tra le cause che hanno aggravato alcuni recenti problemi della rete.
Utilizzare il nucleare francese anziché costruire nuove centrali
L’Italia già oggi importa energia nucleare dalla Francia, sarebbe forse sufficiente rafforzare le interconnessioni elettriche invece di investire in nuove centrali, con un notevole vantaggio in termini economici e di tempo.
L’idea, in effetti, si inserisce in una visione sempre più diffusa: considerare il sistema elettrico europeo come una rete integrata, dove la produzione viene condivisa tra Paesi diversi in base ai bisogni.
Quale mix energetico ideale?
Se il ritorno al nucleare presenta numerose criticità, quale potrebbe essere allora la strada più realistica per aumentare l’autonomia energetica dell’Italia?
Secondo Nicola Armaroli, il punto di partenza è un dato sul quale ormai esiste un consenso piuttosto ampio nel mondo dell’energia.
“Entro il 2040-2050 l’80-90% dell’elettricità in Europa sarà prodotta da fonti rinnovabili.”
Oggi le rinnovabili coprono già circa la metà della produzione elettrica europea. Raggiungere le percentuali finali sarà certamente più complesso, perché gli ultimi passi della transizione sono anche quelli tecnicamente più difficili, ma la direzione appare ormai definita.
Nucleare e rinnovabili possono convivere?
Partendo da questo scenario, Armaroli si chiede quale ruolo potrebbe avere un eventuale nuovo programma nucleare.
Il problema, spiega, è che un sistema elettrico composto per l’80-90% da fonti rinnovabili presenta lunghi periodi dell’anno in cui la produzione supera la domanda. In quelle condizioni una centrale nucleare dovrebbe ridurre drasticamente la propria attività o addirittura rimanere ferma per mesi.
“Fare un enorme investimento per costruire nuove centrali e poi tenerle ferme sei o nove mesi all’anno economicamente non sta in piedi.”
L’alternativa sarebbe mantenere il nucleare sempre in funzione e limitare la produzione delle rinnovabili quando questa è abbondante. Ma “vorrebbe dire rinunciare proprio all’energia che costa meno produrre.”
In entrambi i casi, sostiene Armaroli, il risultato sarebbe un aumento dei costi complessivi del sistema elettrico.
Il ruolo del gas nella fase finale della transizione
Per il ricercatore, la questione centrale riguarda soprattutto quell’ultimo 10-20% della produzione elettrica che potrebbe risultare difficile coprire esclusivamente con le rinnovabili.
Pur riconoscendo che alcuni studi ipotizzano la possibilità di arrivare a un sistema completamente rinnovabile, Armaroli ritiene più prudente ragionare anche su uno scenario intermedio.
In questo contesto, la soluzione che considera più realistica non è il nucleare, ma il ricorso a centrali alimentate da combustibili come il biometano, il biogas e, nel lungo periodo, l’idrogeno prodotto grazie agli eccessi di energia rinnovabile. Da quest’ultimo, combinandolo con anidride carbonica recuperata da altri processi industriali, sarebbe inoltre possibile ottenere metano sintetico.
“Nella prospettiva di lungo termine il gas sarà soprattutto biometano, biogas, idrogeno e metano sintetico.”
Durante la fase di transizione una quota di gas fossile potrebbe ancora essere necessaria, ma il suo peso diminuirebbe gradualmente con la crescita delle alternative rinnovabili.
Sfruttare le infrastrutture già esistenti
Uno degli elementi che, secondo Armaroli, rende questa strategia particolarmente adatta all’Italia riguarda le infrastrutture.
Il Paese dispone già di una rete capillare di trasporto del gas, di sistemi di stoccaggio e di centrali a ciclo combinato che potrebbero continuare a svolgere un ruolo di supporto alla produzione rinnovabile senza richiedere investimenti completamente nuovi.
“Le infrastrutture le abbiamo già. Non dobbiamo costruire da zero la rete del gas, gli stoccaggi o le centrali.”
Questa caratteristica consentirebbe di ridurre tempi, costi e complessità rispetto all’avvio di un programma nucleare nazionale. “Non è il mondo migliore possibile, ma è l’opzione più ragionevole, meno costosa e meno controversa.”
Un sistema che cambia più velocemente del dibattito politico
Il ricercatore conclude evidenziando un divario crescente tra l’evoluzione tecnologica e la percezione politica e pubblica del sistema energetico.
Le tecnologie, dalle rinnovabili all’accumulo fino alla gestione digitale della rete, stanno trasformando profondamente il modo in cui l’elettricità viene prodotta e consumata.
Per questo, secondo Armaroli, sarebbe necessario che anche il dibattito politico seguisse con maggiore attenzione questi cambiamenti, evitando di inseguire logiche elettorali di breve periodo e concentrandosi invece sulle trasformazioni strutturali già in atto nel sistema energetico.